Quattro chiacchiere con… Ferdinando Salamino

Pubblicato da Barbara Graneris il

intervista

Nuovo appuntamento con le interviste di Casa Golem, e oggi come ospite abbiamo Ferdinando Salamino che ci parla de “Il margine della notte”. Il libro è il sequel de “Il kamikaze di cellophane”, disponibile in ebook su Amazon!

Ferdinando Salamino

Ciao Ferdinando! Chi sei dietro la tua penna?

Più che dietro, potrei dirti chi sono dentro la mia penna. Le storie che racconto parlano di immigrazione, violenza domestica, solitudine, ferite dell’anima che a volte coagulano senza guarire. Sono storie di ragazzi che, da vittime, diventano carnefici. Raccontano la fatica di riconciliarsi col proprio passato, con le proprie radici, dipingono il lato oscuro di città “da bere”, come Milano, o di luoghi apparentemente tranquilli che nascondono un ventre molle di odio e intolleranza, come le Midlands inglesi. Descrivono la sfida, talvolta persa, di essere genitore, il bisogno umano di rialzare la testa dopo il fallimento. Sono storie colme di musica, boxe, amore e distruzione. Si tratta di frammenti della mia vita. Io sono un immigrato, che ha scelto di lasciare Milano per affrontare la sfida di un nuovo inizio in Inghilterra. Mi sono confrontato, sia nella mia vita professionale che in quella personale, coi temi della violenza, del perdono, delle guarigioni impossibili. Sono stato (discreto) musicista e (pessimo) pugile, sono padre, con alterne fortune. Credo che “scrivi ciò che sai” sia un criterio etico della scrittura, ma forse, nel mio caso, direi “scrivi ciò che sei”, cercando di non trasformare il tuo romanzo in una presuntuosa autobiografia. Facile a dirsi…

Cosa ti ha spinto a iniziare a scrivere?

Quando ero bambino, per il mio decimo compleanno, il mio vicino di casa mi regalò una Olivetti elettrica. Impazzivo per il modo in cui i tasti si abbattevano sulla carta, lasciando il loro marchio di inchiostro, appena sbavato, e lo scampanellio di quando il carrello arrivava in fondo e toccavo la leva per andare a capo. Posso quindi dirti che il mio amore per la scrittura è stato fisico, prima che mentale. Il rapporto con la macchina era ipnotico, esercitava un’attrazione irresistibile. Ho iniziato a raccontare storie solo per poter vivere quelle sensazioni. Oggi il rapporto con lo strumento è cambiato, il computer è un compagno più discreto e silenzioso di quella vecchia amica, ma la passione, nel frattempo, si è stratificata nell’anima.

E chi è il tuo fan numero uno?

Il mio fan numero uno? Direi mia moglie Elisa, ma ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno davvero creduto in modo profondo in ciò che stavo creando. Cito la straordinaria poetessa Claudia Speggiorin, fra tutte, ma sono molte, davvero. A loro va il mio ringraziamento, ogni giorno.

Secondo te, lettura e scrittura vanno di pari passo? Devi essere un lettore accanito per essere un buon scrittore?

Parlo per me, e soltanto per me: leggere e scrivere sono attività gemelle che si alimentano a vicenda. Divento un lettore molto vorace mentre scrivo, perché credo che la lettura giusta al momento giusto possa essere molto istruttiva e di grande ispirazione per un autore alle prime armi come il sottoscritto. Per farti un esempio, durante la stesura de “Il Margine della Notte”, stavo leggendo “L’assassino cieco” di Margaret Atwood e il modo in cui il segreto che costituiva il cuore del romanzo veniva disseminato lungo la narrazione, affidato a dettagli e conversazioni all’apparenza insignificanti, mi ha molto aiutato a comprendere in che direzione volessi andare con la mia storia.

Raccontaci de “Il margine della notte”. Come è nata l’idea?

“Il Margine della Notte” si è presentato come un fulmine a ciel sereno, mentre attendevo una proposta editoriale per il mio primo romanzo, “Il Kamikaze di Cellophane”. L’idea di fondo, che non rivelo per non rovinare la sorpresa al lettore, si presentò inattesa mentre lavoravo a un saggio sulla depressione.

Un aspetto curioso è che, mentre mi dedicavo alla prima stesura, non avevo idea se “Il Kamikaze di Cellophane” sarebbe mai stato pubblicato,  quindi stavo a tutti gli effetti lavorando al sequel di un romanzo che forse non avrebbe mai visto la luce. Questo generava un’incertezza, un’inquietudine di fondo, che credo si riflettesse sul mio modo di scrivere. A posteriori, credo sia stata una cosa buona per il romanzo (non per il mio sistema nervoso, temo): “Il Margine della Notte” è una storia di incertezza e inquietudine, credo di averla raccontata con il giusto stile!

E come sei arrivato a conoscere Golem?

Ho conosciuto Golem attraverso i gruppi social che si occupano in modo specifico di Thriller e Noir: leggendo i pareri di autori e lettori che si erano rapportati con Golem, ho imparato ad apprezzare la cura dell’oggetto-libro, il rapporto con l’autore, di reciprocità e collaborazione, l’attività nel promuovere e distribuire senza lesinare sforzi. Così mi sono detto: proviamoci.

Descrivi il tuo libro con tre aggettivi.

Nero. Apolide. Profondo.

Un libro che vorresti aver scritto tu?

Nessun dubbio: “Soffocare” di Chuck Palanhiuk. La psiche del protagonista, Victor Mancini, è un bellissimo labirinto in cui perdersi e lasciarsi perdere. Lo considero a tutti gli effetti il padre letterario del mio Michele Sabella, antieroe tormentato che conoscerete leggendo “Il Margine della Notte” e “Il Kamikaze di Cellophane”.

Condividi con noi una citazione che ti porti nel cuore e che ricordi quando più ne hai bisogno.

Ecco, parlando di “Soffocare”, questa è una delle lezioni di vita più preziose che abbia mai imparato:

Possiamo passare la vita a farci dire dal mondo cosa siamo. Sani di mente o pazzi. Stinchi di santo o sessodipendenti. Eroi o vittime. A lasciare che la storia ci spieghi se siamo buoni o cattivi. A lasciare che sia il passato a decidere il nostro futuro. Oppure possiamo scegliere da noi.



Il margine della notte

di Ferdinando Salamino

Pag. 256

€ 16,00



TRAMA:

Michele Sabella si è lasciato alle spalle l’Italia, un padre ergastolano e un segreto di sangue.
Tutto ciò che desidera è un’occasione per ricominciare e quella sonnolenta cittadina delle Midlands inglesi, con il suo dipartimento di polizia in cui nessuno indaga mai su nulla, sembra il luogo perfetto per dimenticare ed essere dimenticato.
Quando però Paulina Szymbova, immigrata polacca con problemi di droga, viene trovata morta nel suo appartamento con un biglietto di addio nella mano, Michele si convince che l’apparente suicidio nasconda qualcosa di più di un semplice atto di disperazione.
Contro il parere dei colleghi e dei superiori, intraprende un’indagine solitaria che lo condurrà oltre le tranquille e rispettabili apparenze della città, nelle sue viscere colme di odio e violenza. Mentre nel ghetto di Merchant Court giovani immigrate continuano a scomparire e a morire, Michele è costretto a domandarsi, ancora una volta, quanto sia sottile la linea che lo separa dai mostri a cui dà la caccia.


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