Descrizione
di Carla Reschia
È nata ad Alessandria e vive a Trieste. Giornalista, scrittrice e traduttrice, ha lavorato per La Stampa e per Specchio della Stampa, occupandosi di diversi settori, dalle cronache locali agli esteri. Collabora con il quotidiano online Linkiesta su temi di gastronomia, cultura e ambiente. Ha pubblicato Quando l’orrore è donna. Torturatrici e kamikaze. Vittime o nuove emancipate? con Stefania Campanella (Editori Riuniti, 2005), Le vie della seta (Elison, 2015), In viaggio con la cucina ebraica. Alla ricerca del cibo perduto (Algra Editore, 2016), La moglie dell’ebreo errante e altri racconti (Tiqqun, 2017), Il limonaio. Le indagini di Filippo Cardone (Algra Editore, 2018) e La spia de Dios. I segreti di una città con Elisabetta Masso (Rogiosi Editore, 2018), e Ogni piatto una storia. La cultura della cucina napoletana (Rogiosi Editore, 2023).


Emanuele Novazio
Ho letto con grande piacere e qualche spasmo per questa provincia, che la metafora della scarnebbia rappresenta molto bene, il romanzo di Carla Reschia. È scritto con grande garbo, l’intreccio è avvincente, i personaggi introspettivi. Molto interessanti anche le riflessioni che interrompono il filo narrativo. Per me, nato in provincia e alla provincia ancora legato nonostante i 22 anni vissuti all’estero e i 20 a Roma, Scarnebbia è stato un ritorno a casa molto coinvolgente.
Gianni
Le pagine scorrono rapide, con una scrittura lineare solo in apparenza: sotto la superficie familiare, Carla Reschia lavora con la lama. L’autoironia è sottile, mai esibita, e proprio per questo disarma. Ti accompagna dentro la storia senza artifici, con una naturalezza che non è semplicità, ma controllo.
Poi la nebbia arriva. Non come sfondo, ma come sostanza del romanzo. La “scarnebbia” diventa la chiave morale del libro. È lì che Reschia mostra la sua forza: nel rifiuto delle semplificazioni. In quella nebbia non esistono categorie comode. Vittima e carnefice si scambiano di posto, omicidio e suicidio si interrogano a vicenda, destino e scelta si intrecciano fino a diventare indistinguibili.
Non è ambiguità gratuita: è uno sguardo lucido sulla fragilità delle responsabilità umane. Reschia non cerca il colpo di scena salvifico né la redenzione consolatoria. Sceglie invece la coerenza, anche quando fa male.
L’individuo si diluisce nella collettività e la collettività si riflette nell’individuo. Il microcosmo raccontato sembra provinciale, ma non lo è: è uno specchio più ampio, una terra che non produce miracoli, che non concede redenzioni, ma che disperatamente conserva un residuo di speranza. Una speranza fragile, che resiste e poi si perde, dentro la scarnebbia.
In mano ti rimane solo una pallina di carta stagnola.